La magia di un incontro: Antonio del Donno e Fabio Ferrone Viola   

di Paola Valori

Che dialogo intercorre tra un artista degli anni ’70 e uno a noi contemporaneo? Che tipo di relazione si può instaurare al di fuori di un reciproco scambio di esperienze? Come avviene il passaggio del testimone da un artista del ‘900 a uno dell’ultima grande generazione? È con questo proposito che nasce “Open”, una provocazione, per me quasi una sfida, perché viene alla luce con l’auspicio di realizzare un programma vasto, ricchissimo di iniziative che preveda non solo scambi di esperienze tra artisti ma anche clash visivi oltre che nuove collaborazioni editoriali. Saremo in due infatti a tentare il battesimo del fuoco, io con Micro e Mariapia Ciaghi con la casa editrice il Sextante. Un progetto come questo che stimola nuove riflessioni artistiche non poteva esimersi dall’affrontare anche problemi di natura storica mettendo a confronto due generazioni diverse, una coppia di artisti lontani che hanno alle spalle un background completamente all’opposto. In questa prospettiva ha preso forma il programma “Open” (la prima tappa sarà negli storici spazi della Fondazione Cerere) che non vuole soffermarsi a rimarcare le divergenze, le opposizioni tra i due, ma si concentra piuttosto sulla ricerca delle affinità d’intenti e sulle possibilità di definire un percorso comune.

Nello specifico l’esposizione vede nella denuncia sociale e nel riciclo la chiave di volta che accomuna il lavoro di Fabio Ferrone Viola a quello di Antonio Del Donno. Nascere nel 1927 come Del Donno o nel 1966 come Ferrone Viola fa differenza, tra queste due date c’è un abisso di vicende storiche e fatti politici, innovazioni, crisi mondiali, eppure più d’un aspetto resta costante nell’arte degli anni ‘70 così come nell’arte di oggi: l’affannoso tentativo di prendersi cura e tutelare l’ambiente per la sua salvaguardia e la forte denuncia contro il consumismo di massa. A queste parole chiave di “Open”, non a caso, fanno eco le parole della curatrice della prossima Biennale di Venezia, Christine Macel. In un’intervista (a Ludovico Pratesi) ha dichiarato: “Viviamo in un’epoca di consumismo tale che agli artisti non rimane che rifugiarsi nello sciamanesimo”. Se per la curatrice l’allusione artistica è al messaggio sociale dell’opera di Joseph Beuys, che in una celebre performance tentava di comunicare con un coyote, il nostro progetto più semplice ma altrettanto ambizioso vuole rimarcare come l’arte anche oggi sia ancora il tramite, il mezzo attraverso il quale si indica una via possibile di riscatto da una quotidianità troppo compromessa con un sistema di valori fondati sulla moda e sul denaro.

Allora entrambi uniti nell’incessante lotta uomo-ambiente, la Tagliola” di Del Donno è l'emblema di una condizione di prigionia cui ci si vuole sottrarre parimenti al concetto di rifiuto nella lattina schiacciata di Ferrone Viola.

La via di fuga dal comune quotidiano per entrambi è offerta dal rifacimento di un vecchio utensile o di un oggetto abbandonato per riadattarlo a nuovo uso. Un riuso che in apparenza sembrerebbe un’operazione senza senso ma che corrisponde invece a una precisa responsabilità. Oggi tutto ciò che circonda 1'artista ha un autentico valore d'uso e prima di essere gettato come rifiuto, l’oggetto ha diritto a un'attenta riconsiderazione, per capire se può essere riconvertito in un nuovo attrezzo “utile” nella nostra vita quotidiana. Le opere di Del Donno e Ferrone Viola assumono così il valore di una combine-painting mentre incarnano in pieno l’impegno sociale che l’arte più contemporanea deve pretendere di assumersi. Quel gesto che per quanto arcaico si rivela a noi necessariamente contemporaneo che è l’atto di riutilizzare, manipolare un oggetto consunto per essere rimodulato in qualcos’altro ha lo stesso senso di un messaggio sociale, politico e civile: dare a un oggetto vecchio la dignità artistica corrisponde a rimettere in discussione valori e parole come “nuovo” e “vecchio”, così’ come riaprire il dibattito su vecchia/nuova generazione”. Allora ecco che la mostra dedicata a Del Donno con quel fare “eversivo”, e il paradosso volutamente “commerciale” di Ferrone Viola, confermano come l’impegno di Micro sia volto non solo ad innescare nuovi cortocircuiti visivi e linguistici, ma aneli, con uno sguardo acuto e aperto sulle cose, a offrirsi come implacabile testimone (oculare) del suo tempo.